lunedì, 31 agosto 2009

NOTTE DI FINE ESTATE

Notte della taranta"L'estate sta finendo" cantavano con malcelato entusiasmo i Righeira. E ogni volta che la stagione estiva volge al termine è consuetudine (tutta italiana) ripercorrerne le avventure e le esperienze, come se si parlasse di un evento unico e irripetibile, per quanto annuale, legato a doppio filo alla sospensione della routine quotidiana, al lasciarsi alle spalle undici mesi di stucchevole monotonia. Bene, se le cose stanno così, mi unisco al rituale e, spazzando via il classico paradigma dell'estate versione romagnola (ben noto a tutti), apro le danze parlando dell'annosa questione meridionale. Una scelta dettata dalla settimana trascorsa laggiù, tra Puglia e Basilicata...

Non conosco il motivo, ma ammetto con fanciullesca tranquillità che sono partito con tutti i pregiudizi del caso, convinto che nel meridione d'Italia avrei trovato le secolari difficoltà di sempre (criminalità, mancanza di infrastrutture, persone caratterialmente diverse, incompatibilità di fondo...). Non è andata proprio così. Al netto delle indicazioni stradali (Taranto e Reggio Calabria, non si sa come, sono sempre nella stessa direzione; vi assicuro che non si tratta di un appannamento della vista) la settimana lucano pugliese mi ha raccontato un'altra storia. La storia di piccoli borghi sospesi nel Parco del Pollino, con la loro millenaria identità, il fascino dei centri lucani, la splendida e barocca Lecce, l'emozione di un volo ad alta quota, la creatività disumana dell'artigianato locale, ancora vivo e pregno di fantasia, un'ospitalità senza precedenti. Una storia bella, insomma. Da raccontare e ripetere, senza sosta, con convinzione. Tanto da renderla l'emblema di un'intera stagione, il segno + che mancava per distaccarsi dalla routine. Eppure non basta. Non è sufficiente ribadire con entusiasmo che un tour del genere, reso ancora più bello dal gruppo e dalla classica colonna sonora estiva che fa da contorno ad ogni viaggio, vale la pena viverlo fino in fondo. Il motivo è semplice: come può un territorio del genere, così ricco e vivo, fermarsi al semplice ricordo di un videotape estivo, un nastro della memoria da proiettare a parenti e amici, e nulla più? Insomma, perchè due Regioni come Basilicata e Puglia non riescono ad emergere? Perchè, pur avendo a disposizione tutte le materie prime del caso (le riserve petrolifere e l'acqua in Lucania, le energie rinnovabili in Puglia), tradizionali fonti di ricchezza, i giovani continuano a spostarsi permanentemente nel ricco e produttivo Nord, rischiando così di lasciare alle vecchie guardie meridionali una forma di controllo atavica e familistica del potere? Eppure attirare investimenti,  riscattare la propria terra, sfruttare fino in fondo gli aiuti europei, valorizzare l'artigianato locale sono tutti compiti fattibili e, per certi aspetti, doverosi. Per chi ha le competenze e la volontà di assumersi questi oneri. 

Mentre le polemiche agostane divampano in tutto il loro fragore, tra dialetti, differenze regionali, test di cultura locale e altre bizzarrie del genere, il Sud torna a svuotarsi. I turisti settentrionali ripartono incolonnati sulla Salerno-Reggio Calabria, recriminando con rinnovato vigore contro le stato delle infrastrutture, i giovani tornano nelle "prestigiose" Università del Nord, pronti a pagare lauti affitti per garantirsi un'istruzione di qualità e facendo così circolare un'immensa mole di denaro in territori già ricchi e benestanti, la colonna sonora cambia e dalla "taranta" in salsa salentina si torna al folklore delle sagre paesane popolate dai soliti volti noti. Si torna a casa. Ricomincia l'anno italiano (quello che va da settembre a giugno). Si riparte. Lasciando alla prossima estate l'ennesimo ricordo estivo del Sud. Un'altra cartolina da uno scenario splendido, che lentamente invecchia sulle orme della Storia. Sbiadendo inesorabilmente.

Due mesi fa non mi sarei mai posto questa domanda, ma vista la splendida esperienza mi chiedo: non è l'ora del riscatto? 
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venerdì, 15 maggio 2009

REFERENDUM A(L) MARE

Il 21 giugno si voterà per il referendum sulla legge elettorale. Nessuno ne parla, il silenzio sembra essere la barricata dietro la quale trincerarsi per evitare impacci e situazioni sgradevoli. Ma il referendum ci sarà ed è giusto conoscere i contenuti dei tre quesiti.

Il primo e il secondo quesito (uno per la Camera, l'altro per il Senato)
propongono l'abrogazione del collegamento tra liste e della possibilità di attribuire il premio di maggioranza alle coalizioni di liste. Cosa significa? Oggi, con il sistema elettorale in vigore, c'è la possibilità (sempre utilizzata) per le diverse liste di coalizzarsi, ad esempio Lega+Pdl o Pd+Idv, e il premio di maggioranza viene attribuito, su base nazionale alla Camera e regionale al Senato, alla coalizione di liste che ha ottenuto la maggioranza dei voti (Lega+Pdl o Pd+Idv, sempre per esempio).
Se passerà il referendum cambierà il sistema: ad ottenere il premio di maggioranza sarà la singola lista che ha preso più voti (Pdl o Pd o Lega o Idv o Udc) e non più la coalizione di liste. Quindi, sulla scheda elettorale troveremo un solo simbolo, un solo nome ed una sola lista per ciascuna aggregazione. Le conseguenze sarebbero pesanti per i piccoli e medi partiti: la Lega, per esempio, non potrebbe più utilizzare il suo simbolo e coalizzarsi con il Pdl, ma dovrebbe o fondersi in una lista unica con un solo simbolo (quello del Pdl presumibilmente) o correre da sola sperando di prendere la maggioranza dei voti.
I due quesiti puntano a favorire un sistema bipartitico, due grandi partiti che si contendono lo scettro del Governo del Paese, riducendo la frammentazione e allineandosi con la maggioranza delle democrazie parlamentari.

Il terzo quesito propone l'abrogazione delle candidature multiple. Oggi un candidato può presentarsi in tutte le circoscrizioni (ad esempio i nomi di tutti i leader di partito erano presenti in tutte le schede, da Bolzano a Palermo, nelle ultime elezioni). E' una pratica consolidata in Italia perchè "traina" i voti, soprattutto con le preferenze (attualmente non previste). Esempio: se io mi chiamo Pinco e sono il leader del partito Pallino, mi candido in tutte le circoscrizioni come capolista; la gente mi conosce, perchè sono famoso, sono sempre in Tv, sono un volto noto, e mi vota; il problema è che posso essere eletto in una sola circoscrizione, in tutte le altre sarò costretto a farmi da parte e a lasciare il posto ai candidati che mi seguivano in lista, senza che questi si siano veramente guadagnati quella elezione. Per i promotori del referendum si tratta di un macroscopico esempio di cooptazione.
Se il quesito passerà, un candidato, anche il leader del più forte partito, potrà presentarsi in una sola circoscrizione, il suo nome non comparirà più lungo tutto lo stivale.

Un ultimo appunto sulle posizioni dei partiti in merito: il Pd è diviso, ma sembra orientato al sì, (questa la posizione dell'ex leader Veltroni nel 2007) Lega, Udc, Idv (favorevole all'epoca delle firme) e formazioni minori sono ovviamente contrarie, il Pdl si esprimerà a favore, in coerenza con le posizioni espresse due anni fa, quando furono raccolte le firme.

A voi la scelta. L'importante è che la stagione balneare non trasformi il referendum in una lotteria. 


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lunedì, 11 maggio 2009

TERRA MADRE

Terra Madre"Il corpo obeso del bambino americano e lo scheletro di quello africano sono il prodotto dello stesso sistema alimentare". E' un duro atto d'accusa al mondo industrializzato, ma anche un profondo invito a riflettere sul rispetto della natura e dei suoi tempi quello che Ermanno Olmi rivolge al pianeta con un film-documentario che ha fatto e continuerà a far discutere. 

Terra Madre è prima di tutto una fondazione concepita da Slow Food e dal suo presidente internazionale Carlo Petrini che si occupa di cibo e alimentazione sostenibile. E' radicata in quasi 150 paesi di tutti i continenti e supporta progetti di integrazione ed educazione alimentare, con il fine di migliorare le tecniche di produzione riequilibrando la bilancia tra paesi sviluppati e non. Tutela della biodiversità, opposizione agli organismi geneticamente modificati, rivalutazione dei processi naturali di produzione e sviluppo di una maggiore equità sociale sono solo alcuni degli obiettivi che Terra Madre si è posta alla luce delle riunioni che si svolgono a Torino dal 2004, ogni due anni. Riunioni che raccolgono la comunità del cibo, i cuochi, le università, i più importanti centri di ricerca, i consumatori, i piccoli produttori da ogni parte del mondo.

L'ordine perentorio della fondazione sembra essere "limitare i bisogni per mangiare tutti e meglio". In realtà sembra inderogabile un altro tipo di scelta che riguarda da vicino la nostra quotidianità. La società occidentale, infatti, ha fatto suo da tempo un lifestyle estremamente dispendioso e dannoso per l'ambiente, non equo verso i paesi in via di sviluppo e non sussidiario nei confronti delle piccole comunità e dei piccoli agricoltori. Il valore primario è la produzione in serie, con tutte le conseguenze per i terreni che vengono sottoposti ad una coltivazione intensiva. I moralismi del genere "dobbiamo smetterla subito e cambiare il nostro stile di vita immediatamente" lasciano il tempo che trovano di fronte ad una società indifferente e comunque gratificata da un certo modello di benessere virtuoso ed efficiente. Quello che serve non sono minacce seriali o dikdat, ma piuttosto un lento e progressivo processo di educazione alla sostenibilità alimentare. Terra Madre, grazie alla capillare presenza di Slow Food in tutto il mondo, sta perseguendo questo obiettivo, al di là degli eccessi messi in mostra nel documentario di Olmi. Qui non si sta parlando di vivere isolati cancellando l'interdipendenza tra individui e territori o di interrompere lo scambio di beni e servizi, ma si fa riferimento ad un necessario compromesso per le nuove generazioni. Un compromesso di salvaguardia alimentare tra commercio, produzione sostenibile e capitale umano.

Anche l'Expo di Milano 2015 sarà incentrato sul tema dell'alimentazione e avrà l'arduo ma importante compito di trovare una via d'uscita.     

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giovedì, 07 maggio 2009

STATE OF PLAY

state of playRussel Crowe è Cal McAffrey, un giornalista vecchio stampo, un watchdog della carta stampata. Lavora in una nota testata di Washington, circondato da montagne di carta e faldoni di ogni genere. E' sempre pronto a partire, con una vecchia auto anni '70, per trovare la notizia giusta nel momento giusto. Scrive piano, lentamente, calibrando le parole. A Cal si contrappone Della Frye, giovane blogger appena entrata in redazione. Della è una ragazza decisa e non esita a postare contenuti appena emergono novità su questioni di particolare rilevanza, ma non è mai in campo, vive le notizie di rimbalzo e indaga su dati che altri le hanno messo a disposizione. Due mondi e due visioni del giornalismo che si incrociano quando due presunti omicidi scuotono il mondo del potere e coinvolgono direttamente il giovane Stephen Collins (Ben Affleck), stella rampante della politica americana e grande amico d'infanzia di Cal. Fino a che punto può spingersi il giornalismo, sospeso tra ossessiva ricerca della verità-scoop e interessi personali?

"State Of Play" è un thriller giornalistico davvero ambizioso, pieno, intrigante, ma anche malinconico e riflessivo. Kevin Macdonald, sottovalutato regista de "L'ultimo Re di Scozia"rende omaggio al mondo della carta stampata senza sottovalutare la forza e il dinamismo delle nuove leve del giornalismo on-line. Un omaggio che si articola, con la complessa sceneggiatura, intorno alle numerose e indirette citazioni dei grandi casi di giornalismo investigativo che hanno fatto la storia della democrazia americana: il Palazzo del Watergate che più volte emerge e suona come un diretto richiamo a "Tutti gli uomini del presidente", il contesto di Washington tra stanze del potere e corruzione, i rapporti torbidi tra giornalisti e istituzioni, il ruolo dei militari nel contesto delle guerre in Afghanistan e Iraq...

Grazie a questa cornice narrativa il film elimina il rischio anonimato: oltre ad un canovaccio tipicamente hollywoodiano (omicidio-indagine-soluzione del giallo) c'è la storia, umana e professionale, di un uomo e una donna, entrambi giornalisti ma separati dal tempo, da una diversa immagine della società, dallo scottante divario tra compromesso-conflitto di interesse e pura "verginità" professionale. Ad unirli in un'indagine è ancora una volta la storia americana, che ha le sembianze di una "narrazione comune" che parte dal Watergate (palazzo del Watergate), passa per la prima guerra del Golfo (foto del giornale) e arriva ai conflitti ancora aperti (bombardamento televisivo sugli affari sporchi nella ricostruzione dell'Afghanistan).

Il finale è un ultimo, grande tributo alla carta stampata tra giornalisti, rotative e lettori. Perchè tra qualche anno, forse, non sarà più necessario "sporcarsi le mani". Per nessuno.

Da non perdere. 

 

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giovedì, 30 aprile 2009

IL TRADIMENTO DELLE VELINE

Vittoria Franco, senatrice e responsabile nazionale delle pari opportunità del Partito Democratico, ha scritto, in merito alla questione candidature del PDL, che "...in questa dimensione nuova della politica, ultraleggerea appunto, ecco la donna che velina passa a candidata nelle liste per le europee, una trovata di classe, si fa per dire, per dare un tocco di godimento estetico a un elenco di uomini potenti, vecchie volpi procacciatori di voti clientelari, come Clemente Mastella o Cirino Pomicino. Questa è la sostanza per la destra. Il contorno può ben essere qualche bella ragazza. Come dire che le donne sono l'immagine, la copertina della politica, mentre gli uomini decidono le regole ed esercitano il potere vero[...]Infatti nessuno ha ripreso ciò che è accaduto nella Direzione del PD che ha varato le liste. Oltre a prevedere una presenza molto qualificata di donne-amministratrici, professioniste, personalità rappresentative di realtà associative importanti...

La polemica, come noto, è nata in seguito alla (presunta) presenza di ex veline, troniste, letterine e letteronze nelle liste del PDL. Una polemica che aveva, ad onor del vero, un solido riscontro pratico. Dal 21 aprile, infatti, a Palazzo Grazioli, residenza romana del premier, si sono svolti dei veloci approfondimenti di studio sulle istituzioni europee alla presenza di graziose ragazze pronte ad ascoltare i loro esclusivi docenti (tra questi il buon Brunetta). Inoltre, sempre negli stessi giorni, il web magazine di FareFuturo (la fondazione presieduta da Gianfranco Fini) si è scagliato contro le scelte (ipotetiche) della maggioranza con un tagliente articolo di Sofia Ventura, Donne in politica:il "velinismo" non serve: "...vi è una specificità tutta nostrana...Ci riferiamo alla pratica di cooptazione di giovani, talvolta giovanissime, signore di indubbia avvenenza ma con un background che difficilmente può giustificare la loro presenza in un'assemblea elettiva...". All'attacco, infine, è andato soprattutto il segretario del PD Franceschini, con una serie di dichiarazioni piuttosto spiazzanti:
"le donne vivono con fastidio l'idea rappresentata in queste ore in tv che loro si possano presentare in politica non in base a bravura e qualità ma sulla scorta della loro bellezza".

Apriti cielo, insomma. Fino a quando non escono le liste ufficiali presentate dai partiti per europee e amministrative. Tempo un paio d'ore e il cielo sopra l'Italia comincia a cambiare. Nelle liste del PDL (su pressioni della componente aennina) sono scomparse le veline. Le uniche giovani e belle rimaste sono Barbara Matera (laureata in Scienze della formazione e annunciatrice Rai), Lara Comi (laureata alla Bocconi di Milano, ex coordinatrice di Forza Italia Giovani Lombardia e ora brand manager della Giochi Preziosi) e Licia Renzulli (lavora in una clinica per aiutare i bambini del Bangladesh). Per il resto nessuno strappo. Gran parte dei candidati di cinque anni fa hanno la poltrona confermata. Alto tradimento!
Succede qualcosa di diverso, invece, nel PD. A Firenze, nella lista del candidato Renzi, compare il nome di Elisa Sergi, ex valletta di "Quelli che il calcio" con laurea in psicologia. Nel partito comincia a montare un certo malessere, visto che la candidatura di una ex velina nella roccaforte toscana rischia di apparire come una palese contraddizione rispetto alle dure accuse antivallette che piovono dalla segreteria romana. Ma tant'è, Renzi ha vinto le primarie con il motto "Facce nuove a Palazzo Vecchio" e sono pronto a scommettere che non ci deluderà.

Interpretare gli eventi di questi giorni non è facile, per quanto futile appaia l'argomento di fondo. Proviamo a capirci qualcosa. Questa settimana si è concluso l'iter parlamentare del ddl delega sul Federalismo Fiscale. L'approvazione definitiva del provvedimento ha consacrato il successo della strategia del dialogo. Dopo 12 mesi di intense trattative, PDL, Lega e IDV hanno votato sì, il PD si è astenuto (l'astensione al Senato equivale al voto positivo) e solo l'UDC si è smarcata. Pertanto il dialogo tante volte invocato si è materializzato e ha dato i suoi frutti. Ora, nel momento in cui lo scontro tra i poli non è così intenso su materie di interesse nazionale e il Governo dimostra (non dice, dimostra) di voler trovare un accordo tra le forze politiche per comiciare il processo riformatore, allora lo spazio delle polemiche si esaurisce, non attecchisce più. Se a questo aggiungiamo che il Governo ha fatto suoi gran parte dei temi pubblici che interessano la società civile (al di là del merito e dei valori connessi) come la sicurezza, il decisionismo, la lotta ai rifiuti, l'italianità (tutta da dimostrare) di Alitalia, il sostegno alle famiglie meno abbienti, la crisi economica e così via, il quadro è completo e per l'opposizione ritagliarsi uno spazio credibile nell'arena politica diventa una mission impossible. Ecco allora che l'accanimento sulle veline e i compleanni napoletani del premier diventano un'arma di battaglia. E la prima pagina di Repubblica di oggi ne è la palese dimostrazione: si parla di veline, mentre all'importante riforma federalista è riservato un piccolo cenno. Sarà un caso, ma l'impressione è che alla minoranza manchino temi forti, sensibili e credibili per contrattaccare e proporre un modello sociale alternativo. Facce nuove di renziana memoria permettendo.
   
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domenica, 19 aprile 2009

LA GIOVANE CINA CRESCE

GiovaniIl 18 aprile 2007 ero in Cina. Sono passati due anni da quella splendida esperienza segnata da viaggi in treno di 40 ore, battaglie fisiche per entrare in metro, importanti discussioni con i giovani cinesi e tanta voglia di scoprire un territorio allora ignoto. Le sorprese furono tante perchè partii con tutti i pregiudizi del caso, dopo sette mesi passati nella ultra democratica Australia, e dopo un mese esatto ne uscii con gli occhi sbarrati e mille convinzioni da rivedere.

Torno a parlare della Cina dopo due anni perchè, oggi come allora, noi occidentali  continuiamo a sottovalutare il potenziale umano dei giovani cinesi, cullandoci nell'illusione che la democrazia e l'individualismo non attecchiranno mai laggiù. Ci sbagliamo. La democrazia tarderà ad arrivare, ma l'individualismo no, quello è già un frutto maturo. All'epoca si erano appena consumate in Italia le disdicevoli proteste della comunità cinese di Milano, sfociate in scontri con le forze dell'ordine. Al mio arrivo a Xiamen, nel sud del paese, i primi giovani che incontrai mi chiesero scusa per quel che era successo. Dal loro punto di vista quelle manifestazioni incivili non avevano ragion d'essere.
La domanda successiva fu sul calcio. "Per quale squadra tifi?", mi chiesero. Erano incollati davanti alla TV. Ragazzi e ragazze di 20-25 anni che non si perdevano un gol di Del Piero o una schiacciata di LeBron James.
Anche le serate scorrevano come in una qualsiasi democrazia occidentale, tra bowling, discoteche con selezione, bevute di Tsingtao (la birra cinese per eccellenza, anche se preferivano la Heineken) e tanta voglia di divertirsi.
Il capitolo abbigliamento è un must: vetrine extra lusso e brands italiani gettonatissimi. Le ragazze di Shanghai, se non fosse stato per il colore della pelle e gli occhietti a mandorla, erano lo specchio della gioventù italiana-occidentale. Le parole d'ordine sembravano essere: devo trovare un capo per distinguermi dagli altri. Io Vs altri, una dinamica strana e inconcepibile per le passate generazioni vissute nel mito dello Stato assoluto, ma non per questi giovani di città, pronti a farsi la guerra pur di emergere dalla massa.

Questi tratti di vita comune spesso sono più utili di qualsiasi lettura politica della realtà perchè sono l'immagine sincera di una Cina che lentamente sta cambiando. E la speranza, oggi come due anni fa, è riposta nei giovani, nelle nuove generazioni, ormai prossime alla contrapposizione con le vecchie guardie del partito comunista. Lo Stato in Cina è ancora forte, si fa sentire, reprime e censura ma non potrà fermare l'avanzata delle nuove leve. Sempre più sospese tra blog (quì in cinese uno dei più popolari e censurati) che raccontano le ingiustizie di tutti i giorni a tutela di verità e cittadini, ricchezza economica, nelle sfaccettature più disgustuse del capitalismo rampante, voglia di viaggiare per vedere il mondo, lenta ma inesorabile apertura alle altre culture. Per una volta la logica occidentale, troppo spesso tacciata di immoralità a causa del pericoloso connubio tra profitto e disuguaglianza, sembra aver fatto centro.

La Cina la ricordo così.

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lunedì, 13 aprile 2009

GLI AMICI DEL BAR MARGHERITA

gli-amici-del-bar-margheritaRegia: Pupi Avati

Cast: Diego Abatantuono, Laura Chiatti, Fabio de Luigi, Luigi Lo Cascio, Neri Marcorè, Luisa Ranieri, Katia Ricciarelli, Pierpaolo Zizzi

Genere: commedia

Paese: Italia

Anno di produzione:
2008

Produzione: Antonio Avati per Rai Cinema e Duea Film

Pupi Avati torna a girare un film sulla sua Bologna. Dopo lo splendido "Il papà di Giovanna", dramma che ha messo in evidenza con lucidità l'ipocrisia e l'arrendevolezza della città emiliana nel ventennio fascista, è arrivata questa particolare commedia, "Gli amici del bar Margherita", ambientata sempre a Bologna ma in un tranquillo 1954. Un periodo di sospensione quello degli anni '50: la ricostruzione postbellica si è ormai conclusa, gli anni di piombo sono ancora lontani, la stazione centrale di Bologna è il punto di riferimento per mangiare lasagne dopo una nottata nelle indimenticabili balere e non è ancora il simbolo dello stragismo nostrano, la libertà comincia a farsi sentire.

Nell'immaginario e nei ricordi dell'adolescenza di Pupi Avati Bologna era proprio così in quel lontano 1954. Il regista bolognese rievoca i costumi di quella società attraverso le grottesche e paradossali vicende umane che investono i clienti fissi del bar Margherita. Il microcosmo di un bar , con tutti i suoi stereotipi linguistici e relazionali ("ci vediamo al bar", "andiamo al Marherita", "stasera ci vediamo lì e poi vediamo" dove lì sta ad indicare insieme l'appartenenza ad un bar e l'inclusione in un posto di ritrovo socialmente rilevante), diventa l'affresco simbolico di una città che cresce e matura con la democrazia ritrovata: la Bologna dei busoni (il tipico "abbasso i busoni!" in bolognese significa "abbasso gli omosessuali", un detto ripreso poi da Guccini con toni concilianti nella sua "Bologna" busona), dei giovani vitelloni pronti a partire per un weekend in Riviera, la Bologna maschilista che erige il bar a proprietà privata degli uomini, come se si trattasse di un fortino inavvicinabile, una soglia d'ingresso da non superare, oppure la Bologna dei primi, diretti e non proprio romantici corteggiamenti.

Da non dimenticare la Bologna ancora attuale del "socmel", così criticamente rievocata dallo storico dell'arte Riccomini: "
I bolognesi hanno sempre nutrito un atteggiamento conciliante e sorridente nei confronti dei tabù. Bologna è la città notissima in tutt´Italia perché l´intercalare di sorpresa allude ad un atto esplicitamente sessuale. Il che significa una sola cosa: che quell´atto sessuale, così esplicito, qui era considerato con un sorriso. Da tutti. Noi lo sappiamo tutti, cosa significhi socmel. E non escludo che nelle sedi più auliche e severe, fin´anche in Consiglio Comunale, sia risuonato ogni tanto."

Il cast d'eccezione e la musica di Lucio Dalla, altro bolognese doc, contribuiscono a fare di questo film una testimonianza forte e sentita, oltre che un atto d'amore, per una città che spesso è stata il crocevia dei grandi cambiamenti nazionali. Bologna.          
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venerdì, 10 aprile 2009

IL VOLTO MIGLIORE

L'Abruzzo devastato dal terremoto. Un lutto nazionale che si è consumato in tutta la sua drammaticità. Uno di quegli eventi che rimarrà nella memoria collettiva e si rinforzerà attraverso i segni, i ricordi, le immagini che ognuno di noi ha accantonato. Di queste immagini ne ho in mente qualcuna, esattamente quelle che descriverei ad un bambino tra qualche decennio per fargli capire che splendido e paradossale paese è l'Italia...

Le macchine e i mezzi di soccorso incolonnati sulla A24 in direzione l'Aquila, tutti quei volontari che a poche ore dal sisma si sono precipitati nel capoluogo abruzzese. Il forte e angosciante silenzio di queste giornate. La dignità e il dolore soffocato di una regione. Il silenzio, lo spirito e la mancata ostentazione del dramma di quelle persone che hanno perso tutto. Una delle più importanti industrie di intimo del mantovano che raccoglie in poche ore le segnalazioni di molti giornalisti che parlano di scarsità di biancheria e invia in Abruzzo gli indumenti senza pensarci due volte.
Eroi di ogni giorno
Infine lo Stato, quello con la "s" maiuscola. Questa volta si è fatto sentire, continua ad essere presente. La politica ha messo da parte le futili discussioni per concentrarsi  in toto sulla tragedia. Il premier è andato subito in Abruzzo, si è stretto in mezzo alla gente del posto. I leader dei partiti d'opposizione, a cominciare da Franceschini, sono scesi in campo con un forte spirito collaborativo. Ognuno si è assunto le proprie responsabilità e il popolo abruzzese non ha inveito, non ha strillato. Il tempo delle recriminazioni (forse) verrà dopo.

Troppe volte ci scordiamo di questa Italia, un paese che secondo alcuni emerge con tutte le sue potenzialità solo di fronte ad un'immane tragedia. Non è così.
Non è così perchè quell'azienda di intimo di cui si parlava prima è forse parte di quel sistema di piccole e medie imprese che costituiscono il nostro tessuto sociale, quelle realtà dove, come ricordato ieri da de Bertoli nel suo articolo di commiato dal Sole, non si distingue l'operaio dall'imprenditore e si lavora fianco a fianco ogni giorno.
Non è così perchè il volontariato non può essere liquidato come fenomeno marginale in quanto l'Italia è uno dei paesi europei col maggior numero di volontari. E i volontari ci sono sempre, 365 giorni all'anno. Sono la parte costitutiva di quel PIL di kennediana memoria che troppo spesso etichettiamo come ipocrita nel contesto capitalista.
Non è così perchè la politica dei fatti e dei compromessi di alto livello non ci viene mai raccontata, ma esiste e la dimostrazione ce l'abbiamo davanti ai nostri occhi, al netto di complotti e collusioni, armi micidiali della denigrazione mediatica.
Non è così perchè la solidarietà nazionale non si spegne mai e si spinge ben oltre le donazioni e i buoni propositi. E' il frutto del rispetto, del sentirsi in qualche modo legati. E' una solidarietà sempre più umana e sobria ma non per questo meno concreta. 

Questa Italia c'è sempre, vive e ogni volta emerge con tutta la sua grinta (nazionale). Stringersi attorno all'Abruzzo significa anche non dimenticare tutto questo. L'elaborazione del lutto passa  dalla consapevolezza che il nostro paese quando vuole c'è e non ha bisogno della catastrofe per ricordare ed evidenziare i suoi lati vincenti. Come se si trattasse di effimeri trofei da esibire in un campo di battaglia con l'unico obiettivo di rasserenare qualcuno. Volontari, Stato, società civile oggi sono riuniti nell'Abruzzo ferito. Domani, per le cronache, saranno di nuovo separati, se non contrapposti.
Non dimentichiamoci, però, il loro valore.  
     
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sabato, 04 aprile 2009

LA DESTRA ITALIANA, PROSEGUE IL DIBATTITO

Scrivo questo post in risposta all'ottimo commento di Andrea. Il dibattito, ovviamente, può continuare.

1) Sentimento europeo
Sono pienamente d'accordo con te quando sostieni che "la vera sfida sarà far sì che le Regioni possano dialogare direttamente con gli organi UE senza dover passare attraverso lo Stato". E in parte questo sistema di federalismo sovrannazionale già c'è, ma ha una valenza meramente consultiva. Il Comitato delle Regioni, infatti, è un organo comunitario attraverso il quale le Regioni si relazionano direttamente con la Commissione e il Consiglio Europeo. Ora, è chiaro che il Comitato non ha alcun potere di veto ma viene solamente consultato sulle materie che rientrano nelle competenze e interessano da vicino le realtà locali. Da non dimenticare, e anche su questo hai ragione, che i membri del Comitato vengono nominati (non eletti, così come la Commissione) su proposta degli Stati membri: un'ennesima ingerenza che andrà ridimensionata La vera sfida del futuro sarà accrescere i poteri del Comitato e inserirlo a pieno titolo, come molti "comparatisti" sostengono, nell'alveo legislativo europeo, insieme al Parlamento e al Consiglio. Una sorta di terza camera comunitaria che valorizzi le realtà regionali potrà essere utile solo se non accrescerà ulteriormente la percezione di una UE troppo burocratizzata e se avrà i poteri di erogare più o meno autonomamente i Fondi Europei, dal Fondo Sociale al Fondo per lo Sviluppo Regionale, attraverso i piani operativi messi in campo dalle singole Regioni;

EPP2)Immigrazione
Il problema quì è di metodo. L'accoglienza e l'integrazione sono due facce della stessa medaglia. Ormai sono tanti gli immigrati che vivono in Italia da anni e i problemi che li riguardano, al di là delle sterili polemiche degli ultimi mesi, sono di carattere amministrativo-burocratico, più che legale-giuridico. Il problema che dovremmo porci quindi è: come mantenere alto il livello di accoglienza-integrazione, evitando che alcuni immigrati sprofondino in una condizione di irregolarità, che inevitabilmente porterà poi ad accrescere i già drammatici dati sulla microcriminalità diffusi dal Viminale? La risposta secondo me si trova nelle piccole cose: rinnovo del permesso di soggiorno più semplice (spesso il permesso, rinnovato non nuovo, viene consegnato con mesi di ritardo e già in procinto di scadere, con tutte le conseguenze per un immigrato alla ricerca di un lavoro o più semplicemente per quella percezione di insicurezza e mancata integrazione che potrebbe derivarne), un'educazione che porti i cittadini italiani del domani ad avere una conoscenza ampia dei nostri valori, e così via... sulle quote, invece, mi riferivo a quegli ambiti dove ormai c'è un'alta domanda di lavoratori extracomunitari. Mi chiedo come sia possibile che a metà 2009 siano ancora in corso di valutazione da parte delle Prefetture le migliaia di domande di permesso presentate da più di 500.000 immigrati con il decreto flussi 2007. Rendere più flessibile, quindi, significa semplificare  (non parlo di uno stravolgimento statistico) alcuni aspetti di una serie di pratiche che altrimenti potrebbero destabilizzare il processo di accoglienza-integrazione;

3) Valori di riferimento
I valori vanno metabolizzati, insegnati. Devono necessariamente essere ridondanti e forti se non vogliamo correre il rischio di perdere la coesione sociale. Detto in termini pratici "la famiglia tradizionale" garantisce il futuro di uno Stato, se accompagnata da politiche sociali e fiscali virtuose come il quoziente familiare alla francese (il tasso di fecondità dei nostri cugini è a 2 contro un misero 1,3 nostrano). I "figli nati", infatti, assicurano il mantenimento di quel welfare state di cui tanto si parla: dalla stabilità del sistema previdenziale all'essere essi stessi parte di un ammortizzatore sociale comune. Lo Stato può decidere cosa è giusto e cosa è sbagliato solo valutando le ripercussioni economiche e "civili" delle proprie scelte. Alzare l'asticella dei valori di riferimento, soppesando i più variati fattori delle più irrequiete minoranze, può avere effetti benefici sul breve termine, non in un'ottica ad ampio raggio. Esempio concreto ne è la Spagna di Zapatero, costretta oggi a fare i conti con una disoccupazione sopra il 15%, senza avere le risorse per proteggere tutti quei "valori nuovi" introdotti negli ultimi anni. L'instabilità è un rischio che non si può correre;

4) Economia di che tipo?
E' vero, la finanza va insegnata. C'è troppa ignoranza sull'argomento e questo ci penalizza. Penso però che oltre alla conoscenza serva anche il rispetto delle regole (sempre che ce ne siano). L'arbitro, che si chiami Consob o Sec poco importa, deve essere imparziale, deve monitorare e segnalare. La politica, dal canto suo, deve intervenire quando riscontra delle irregolarità.
Non concordo sul punto che segue: "la finanza, strumento principe dell'economia mondiale, è di per se una creazione fittizia e non può dunque essere creativa o meno." La finanza, a mio avviso, è creativa quando si svincola dai numeri, dalle statistiche, da quotazioni vicine al "fair value". Quando è possibile cartolarizzare strumenti già cartolarizzati, quando il mercato delle materie prime viene preso di mira con scommesse sul presunto rialzo dei prezzi, quando la vigilanza non segnala bilanci gonfiati e quotazioni inverosimili di istituti, bè allora il mercato finanziario perde la sua fisionomia. Dovremmo uscire dalla dinamica viziosa del debito per riappropriarci degli strumenti utili ad una società che vuole crescere con gli anticorpi del risparmio.

Spero di essere stato esauriente! Grazie ancora per il bel commento.
     

postato da Pinkiwinki alle ore 11:17 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: italia, politica, europa, immigrazione, societĂ , federalismo, federalismo fiscale


venerdì, 03 aprile 2009

POLEMICHE IN PROVETTA

procreazioneLa sentenza della Consulta è chiara: la legge 40 sulla fecondazione assistita presenta profili di incostituzionalità in alcune sue parti. E queste parti sono davvero importanti perchè rappresentano il cuore del provvedimento. La Corte è infatti intervenuta, dopo numerosi ricorsi respinti, sull'architrave dell'articolo 14 che nella versione originale recitava così:
 
"
Le tecniche di produzione degli embrioni, tenuto conto dell'evoluzione tecnico-scientifica e di quanto previsto dall'articolo 7, comma 3, non devono creare un numero di embrioni superiore a quello strettamente necessario ad un unico e contemporaneo impianto, comunque non superiore a tre". (comma 2)
Definito incostituzionale dalla Corte, il comma2 art.14 ne esce stravolto. Questo perchè cade il limite dei tre embrioni da impiantare contemporaneamente, con la conseguenza che viene lasciata  al medico la scelta definitiva sul numero degli embrioni necessari e sul numero degli ovuli da fecondare. Una scelta che probabilmente ridurrà i rischi per la donna. E' infatti provato che a seconda dell'età, dello stato di salute e delle condizioni psicologiche della donna cambia il quadro medico e con questo muta anche il processo più adeguato per la fecondazione:  ad esempio una  signora di 40 anni avrà meno possibilità di fecondare di una ragazza di venti, così come in presenza di malattie potrebbero essere necessari più dei tre embrioni previsti dalla legge. Finora questo comma ha suscitato aspre polemiche nel mondo scientifico, visto che l'impianto contemporaneo di più embrioni in questi anni ha provocato un aumento delle nascite gemellari e ha messo più volte a rischio la buona riuscita della gravidanza.

 "
Qualora il trasferimento nell'utero degli embrioni non risulti possibile per grave e documentata causa di forza maggiore relativa allo stato di salute della donna non prevedibile al momento della fecondazione è consentita la crioconservazione degli embrioni stessi fino alla data del trasferimento, da realizzare non appena possibile" (comma 3)
Con la sentenza della Corte si aprono nuovi scenari anche per la conservazione degli embrioni, la cosiddetta crioconservazione. Il comma 3 è illegittimo perchè non prevede che l'impianto degli embrioni debba essere effettuato "senza pregiudizio della salute della donna", ma fa esclusivo riferimento ad un "trasferimento da realizzare non appena possibile". Anche in questo caso deciderà il medico e i limiti sulla conservazione e sull'eventuale rinuncia all'impianto non saranno imposti dall'ormai vecchia normativa.

La polemica politica, intanto, divampa: il Presidente della Camera Fini ha espresso il suo apprezzamento per l'intervento della Consulta, scatenando le proteste dei cattolici di entrambi gli schieramenti. In realtà, e sarebbe bene ricordarsene, Fini già all'epoca del referendum  sulla legge 40 manifestò la sua contrarietà su alcuni punti di un provvedimento ritenuto perfettibile.
Diversa è la posizione di chi attacca la Corte perchè è intervenuta su una legge approvata anche in sede referendaria: in realtà quel referendum non passò perchè non si raggiunse il quorum. Fu quindi una vittoria dell'astensionismo (il sottoscritto incluso) e non un successo, in termini di voti , dei Comitati pro life.      
     
postato da Pinkiwinki alle ore 17:35 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: politica, societĂ , fecondazione assistita, legge 40


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Da piccolo volevo fare il regista. Poi mi sono legato alla politica. Ora provo a unire i sogni dell'infanzia con la dura realtĂ  di questo splendido e complesso paese.


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